Concludendo l'Antigone di Sofocle

Oggi nella classe dei miei maturandi abbiamo concluso lo studio della più bella tragedia di Sofocle (insieme ad Aiace, a mio avviso) e una delle più belle della Classicità e della Grecia. 
Non l'abbiamo tradotta tutta, beninteso (non avremmo mai avuto il tempo materiale per farlo e non ci si riusciva neppure ai tempi in cui IO ero studentessa di quinto anno di un "tosto" liceo classico di Roma). 
Però l'abbiamo commentata tutta, studiandone il bellissimo intreccio, analizzando nel dettaglio la  psicologia dei personaggi e traducendo dal greco quando basta per amarla di un amore spasmodico (che spero di aver passato ai miei studenti!). 

Dopo aver tradotto il famosissimo prologo (quello del contrasto tra Abrigone e la sorella Ismene) e l'altrettanto famoso secondo episodio (quello del contrasto tra Antigone e Creonte, tra le leggi non scritte e quelle scritte, tra le leggi del cuore e il potere costituito, tra il sacro amore fraterno e la tirannide "a cui è lecito dire e fare ciò che vuole", quello del bellissimo verso "Non sono nata per condividere l'odio, ma per condividere l'amore!"), dopo aver letto qualche altro estratto da altre parti importanti della tragedia, soprattutto l'importantissimo quinto episodio che anticipa la "catastrofe" finale e l'esodo (con la tremenda catastrofe dal potere catartico per il lettore e tanto più per lo spettatore) siamo andati a leggere le battute finali della tragedia, con il magistrale explicit, a mio avviso poco "quotato", che in realtà è un passo bellissimo e prezioso! 

Dopo la sua ultima secca e glaciale battuta (τὰ δ' ἐπὶ κρατί μοι/ πότμος δυσκόμιστος εἰσήλατο = mi è piombato addosso un destino insopportabile), Creonte, vinto dalla triplice tragedia familiare che lo ha colpito, dopo aver più e più volte emesso lamenti e gemiti è ridotto al silenzio, come di chi aspetta il momento fatale e non gli si oppone più. 

A quel punto interviene il Coro (o il corifeo, se preferite), quasi a riempire quel silenzio assordante: 

ΧΟ. Πολλῷ τὸ φρονεῖν εὐδαιμονίας
πρῶτον ὑπάρχει· χρὴ δὲ τά γ' εἰς θεοὺς
1350μηδὲν ἀσεπτεῖν. μεγάλοι δὲ λόγοι
μεγάλας πληγὰς τῶν ὑπεραύχων
ἀποτείσαντες
γήρᾳ τὸ φρονεῖν ἐδίδαξαν.

La traduzione, bellissima, è: 
"L'esser saggi è di gran lunga il primo elemento dell'εὐδαιμονία. Non bisogna mai essere sacrileghi verso gli dèi; ma i grandi discorsi dei tracotanti, pagando grandissime pene, insegnano con la vecchiaia ad essere saggi". 
Il termine "Essere saggi" (un infinito sostantivato) ricorre ben due volte e nella stessa posizione metrica. 
L'explicit si chiude con un termine che "rimbomba" in chiusura di dramma: il verbo διδάσκω (all'aoristo gnomico, ad indicare eternità dell'azione), con tutto il suo carico di insegnamento morale ed etico (la κάθαρσις) che passa per la tragedia greca, "impastato" di έλεος e φόβος. 
E notiamo come all'altro estremo del verso ci sia nientemeno che il termine γηρας (vecchiaia), quell'età della vita dell'uomo in genere associata alla saggezza per "diritto naturale". 

Meravigliosa riflessione arricchita da meravigliosa proprietà lessicale, linguistica e retorica! Lo Pseudolongino avrebbe chiamato tutto questo "perseguimento del Sublime". Quando Sofocle scrisse questa tragedia il concetto di Sublime non era ancora una tematica di interesse, ma evidentemente era già una competenza di alcuni poeti, no? 

Tutto questo per dire che questo suggerimento su come perseguire l'εὐδαιμονία viene così ad essere il vero senso di questa poliedrica tragedia sofoclea. 
Giustamente celebrata come la tragedia del dissenso dal potere tirannico, della legge del cuore, dell'eroina civile Antigone, in realtà in essa c'è molto di più! 
C'è un invito alla moderazione, al rifiuto del κόρος (superbia) e della βρις (tracontanza), l'invito a non diventare ὑπέραυχος (soverchiamente orgoglioso), l'esortazione al Μηδέν άγαν (nulla di troppo). 

C'è, in sintesi, un'intera civiltà. 
Grazie, Sofocle. 
Grazie, classici! ❤️ 

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